Addio a mamma Franca, anima del bar Daglia di Voghera

VOGHERA Si è spenta a 93 anni Franca Tinillini, per tutti semplicemente Franca, o come la chiamavano con affetto e riconoscenza centinaia di migliaia di clienti, Mamma Franca. Una figura che a Voghera non ha bisogno di presentazioni, perché il suo nome è indissolubilmente legato al Bar Daglia, più di un locale, una vera e propria istituzione cittadina. Una tappa fissa, un punto di riferimento per operai, viaggiatori, studenti, famiglie, migranti e clienti di ogni età e provenienza.

Dietro al bancone del bar che rilevò nel 1970 insieme al marito, Franca ha rappresentato per decenni qualcosa di molto più profondo di una barista. Con il grembiule sempre indosso, i capelli raccolti in un ciuffo ordinato e un sorriso instancabile, accoglieva chiunque varcasse la porta come se fosse uno di famiglia. Forse perché lei stessa aveva lasciato la sua famiglia al sud, e sapeva cosa volesse dire sentirsi soli. Forse perché in lei batteva un cuore generoso che, senza clamori, sapeva offrire molto più di un panino o un caffè. Una fetta di prosciutto in più per chi lavorava tutto il giorno, un pasto caldo per i venditori ambulanti con la cassetta, calze o accendini comprati più per solidarietà che per necessità: erano piccoli gesti quotidiani che raccontavano una grandezza silenziosa.

Il bar, che prima si chiamava Bar Aurora, divenne presto il Bar Daglia, dal cognome del marito, e anche dopo la sua morte prematura nel 1976, Franca non si arrese mai. Rimasta vedova a 46 anni con tre figli, ha tirato su la serranda ogni mattina, continuando a lavorare fianco a fianco con il figlio Celso, per tutti “Celsino”, che oggi porta avanti il bar diventato ormai leggenda. Celsino iniziò giovanissimo, aveva solo 12 anni quando la madre gli affidò la cassa. Da lì non se n’è mai andato, trasformando il locale in un luogo del giorno e della notte, punto d’incontro per generazioni di vogheresi.

Chi ha vissuto gli anni Ottanta a Voghera ricorda ancora i pullman che si fermavano apposta per assaporare pane e salame serviti con il sorriso di Franca, specialmente nei giorni in cui la “camionale” si riempiva di vacanzieri diretti al mare. Lei c’era sempre. Apriva anche prima, per non far mancare ristoro a nessuno. Non c’erano distinzioni, non c’erano clienti “migliori” di altri. Tutti erano accolti con la stessa premura, e questo ha fatto del Bar Daglia una seconda casa per molti, più che un semplice bar.

Fino a dieci giorni fa faceva ancora i conti a mente, con una velocità che batteva le macchinette. Non si fidava delle calcolatrici. Aveva un’attenzione ai dettagli e una cura per le persone che oggi commuove chi l’ha conosciuta. E non solo per l’efficienza dietro al banco, ma per quella sua capacità di farsi voler bene davvero. I clienti, ormai amici, le portavano frutta e verdura dal proprio orto, e lei li accoglieva come doni preziosi.

Franca proveniva da una famiglia numerosa di Sant’Albano e ha saputo affrontare ogni ostacolo con il coraggio silenzioso delle donne che non si arrendono. Ha fatto da mamma e da papà, da nonna e da lavoratrice, senza mai rinunciare alla sua umanità. Una delle sue frasi preferite era “un mondo di bene”, ed è quello che ha dato, senza chiedere nulla in cambio.

La nipote Pietrapaola ha raccontato con dolcezza quanto le abbia insegnato: dai lavori di casa alla capacità di cucire, con l’idea che chi sa tenere in mano un ago sa anche tenere insieme una famiglia. E quando le parole venivano meno, negli ultimi tempi, c’era il canto. Le canzoni delle mondine, i ritornelli della sua giovinezza. Muoveva appena le labbra, ma restava connessa al mondo, sempre con quella scintilla che la rendeva unica.

Franca lascia i figli Graziella, Giuseppe e Celso, e i nipoti che l’hanno amata e accudita fino alla fine. L’ultimo saluto sarà martedì alle 15, nella chiesa dei Barnabiti, dove tanti vorranno esserci per ricordarla e ringraziarla. Con lei se ne va un pezzo di Voghera, ma resta viva una memoria fatta di affetto, umanità e accoglienza. Quel bar resta lì, come sempre, con il profumo del caffè e il ricordo di una donna che ha saputo trasformare un lavoro in una missione d’amore.

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